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Zappa Emilia nacque a Milano nel 1898. Conosceva solo il dialetto e per tutta la vita non parlò mai nessun’altra lingua. Trovatella, venne affidata a una famiglia contadina di Quinto Romano che la allevò con amore e durezza. Ebbe tre figli. Rimase vedova durante la seconda guerra mondiale. Fu socialista in modo ingenuo e spontaneo. Di carattere cocciuto e di corpo sottile e resistente, rese impossibile la vita a tutte e tre le nuore. Raccontava di essere figlia illegittima di un nobile presso cui la madre naturale aveva fatto la sguattera. Nessuno le ha mai creduto. Incontrò invece sua madre varie volte, quando era ancora ragazza, ricavandone un odio profondo e inesauribile. Sul letto di morte, nel delirio e quasi centenaria, ancora le rimproverava l’abbandono. Durante l’agonia, mentre sprofondava nell’assopimento, si riscosse un istante per dire ad altissima voce, rivolta al soffitto: «Un mument! Un mument!». I due figli superstiti, presenti, giurano che ce l’avesse col padreterno a cui reclamava ancora un po’ di tempo.
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el pedrioeu. la cadrega. sifulott de menta. va a ciapà i ratt. i scires. el brambila. el barbun. sacrabloeu. ganassa. te set propi un pistola. te set un bamba. el mè papà faseva el magüt. la rigulisia. la mia mama faseva la sartina. va a bacc a sunà l’orghen. la rüera. mi sun nasü a bacc, e alura? quan che s’eri un fioeu saltavi i foss per el lung. te ghet una linguasscia ti. g’u adoss un magun. muchela, barlafüss. el rüff. el beccamort. el rüff.
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Nell’inverno del 1944 a Milano si fa la fame. Maria, detta Mariuccia, è una ragazzina di undici anni. Sua sorella minore, Teresa, è stata sfollata presso alcuni parenti contadini, in Brianza, per proteggerla dai bombardamenti. Lei ha qualche anno in più, più che sufficiente per cavarsela in città. Sua madre, Anna, fa un po’ di borsa nera, ma anche così è difficile riuscire a mangiare tutti i giorni. Il padre è morto al fronte all’inizio della guerra. Il “nuovo” papà fa il portantino all’Ospedale Maggiore ma sono più i soldi che si beve all’osteria che quelli che porta a casa. Durante i lunghissimi mesi di gelo, spesso lei e la madre escono di sera, sfidando il coprifuoco. Cercano rami da tagliare. La legna è un articolo prezioso da rivendere: il carbone è sparito da molti mesi e scaldarsi è un lusso. E chi viene colto sul fatto a tagliare legna rischia grosso. Ma di alberi, a Milano, ormai ne sono rimasti pochi e quei pochi sono ridotti a moncherini. Mariuccia segue la madre nelle sue peregrinazioni notturne. Grazie a quel suo commercio miserabile conosce tutti, in particolare gli oppositori e i partigiani. Una sera di aprile, mentre le due donne vagano in una di quelle vie semideserte, vedono passare un camion a tutta velocità. Alla guida c’è una vecchia conoscenza di Anna. L’uomo la scorge e frena il camion in mezzo alla strada. A Milano i fascisti sono in rotta, ormai è perfino difficile trovarne, di fascisti. La città è stata liberata da pochi giorni. L’uomo scende dal camion e fa un cenno: vieni Anna, dice, ti faccio vedere una cosa. La donna e la ragazzina si avvicinano. L’uomo le fa salire nel cassone. È buio, Mariuccia pensa a un carico di cibo trafugato in qualche assalto alle caserme, immagina casse di leccornie mai assaggiate, immagina la fine della guerra che, ha sentito dire da tutti, sta per arrivare e per lei guerra significa, ha sempre significato fame. E paura. Paura e fame. E invece nel cassone non c’è niente. Vuoto. Niente casse, niente profumi deliziosi, niente di niente. Cosa vuole? Perché ci ha fatto salire? Poi nel semibuio, mentre gli occhi cominciano ad abituarsi, la scorge. È distesa a terra. Addosso ha quello che a lei sembra un negligé color malva. Lui è disteso in fianco, in maniche di camicia. I corpi sono deposti sul fondo del cassone, i volti ancora intatti. Morti. E inconfondibili. Nessuno fiata. Dopo un’eternità di pochi secondi, i tre scendono. L’uomo saluta in fretta Anna e risale alla guida. Il camion riparte alla volta di piazzale Loreto.
quattro quadri milanesi | [falso idillio] (via thelastdomino)
Rebloggo di nuovo da arte1misia perche’ ha aggiunto gli altri 3 quadri milanesi. Con una precisazione: non e’ “Va’ a bacc a suna’ l’orghen” ma “Va’ a Bagg a sona’ l’orghen”. A Baggio c’era una chiesa con l’organo dipinto sulla parete dato che per mancanza di fondi non se ne potevano permettere uno vero, era un insulto rivolto a chi diceva qualcosa evidentemente falsa.
(via coqbaroque)
(via coqbaroque)