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L’impressione è che il premier sia ormai come la situazione: fuori controllo. In preda a una deriva infantile. L’altro ieri ha accolto il Presidente macedone con una battuta sulle macedonie di frutta. Di questo passo ne farà altri all’indietro, mettendosi a giocare a nascondino nei corridoi di palazzo Grazioli o a rubabandiera durante i vertici coi Grandi del mondo, che parlano di cose tanto complicate e noiose.
Ma persino in questo interminabile viale del tramonto, colui che fu Berlusconi rimane fedele alla sua essenza di pubblicitario. Convinto che, di ogni prodotto, ciò che davvero conta sia il pacchetto in cui viene incartato. Dieci anni fa suggerì a Fiat di uscire dalla crisi chiamando le Panda «Ferrari Young». Chissà quante volte avrà cercato di ribattezzare Tremonti «Thatcher» e Calderoli «Einstein» o almeno «Confalonieri». Per vent’anni ha venduto scatole vuote, miracoli italiani, aliquote irlandesi, il mantenimento di un benessere diffuso che la realtà si incaricava giorno dopo giorno di smentire. Non solo per colpa sua. E’ che i tempi sono cambiati e lui da tempo non è più un uomo di questo tempo.
L’ossessione per i nomi (diffusa anche fra i suoi cloni sfocati del centrosinistra) è seconda solo a quella per il potere evocativo dei numeri. Quando vuole elogiare se stesso infila lunghi elenchi cifrati, pur di farci sapere che ha fatto 211 leggi, vinto 23 coppe, presieduto 144 riunioni. Come se il numero fosse di per sé un merito. Confezione e Quantità rappresentano i suoi totem. I totem degli Anni Ottanta, quelli del consumottimismo e dell’indebitamento allegro, che questo Paese ha tentato disperatamente di mantenere in vita fino a oggi, affidandosi al campione che ne incarnava i valori.