Io Paola Caruso la conosco. E’ una amica. Una cara amica, aggiungerei.
Paola Caruso e’ una giornalista in gamba: coscienziosa, attenta, stimata. Una persona che - per come la conosco io - si e’ sempre sacrificata per un lavoro che ama. Credendo nell’idea dell’Informazione, nel diritto delle persone di sapere le cose come sono davvero.
Paola Caruso e’ una pedina quasi insignificante nell’ingranaggio imponente di un grande giornale come il Corriere della Sera. Ma e’ una persona, anche. Una persona che a quasi quarant’anni ha fatto tanta gavetta, quanta se ne deve fare in quell’ambiente (come in molti altri). Che ha investito moltissimo nel proprio lavoro. E’ una persona che ha bisogno di poter porre le basi sul proprio futuro che vadano oltre il fragile equilibrio di un precariato.
Io metto da parte per un momento la viva preoccupazione per una persona cui voglio bene, per dire che - forse con un mezzo che puo’ far discutere - lei sta portando avanti una battaglia che io condivido. E la ringrazio, per questo, anche se mi viene voglia di andare a casa sua e prenderla a sberle.
Paola Caruso sta portando avanti una battaglia per se’ e per tutti quelli che, come lei, sperano ancora che al sacrificio, al merito e alla dedizione di anni, ad un certo punto facciano necessariamente da contraltare dei riconoscimenti. E non parlo di premi: parlo di un posto di lavoro stabile. Parlo di sicurezza. Parlo di radici.
Paola Caruso e’ una persona che, non avendo la possibilita’ di mettere radici, ha deciso di rinunciare al nutrimento del proprio fisico: acqua e cibo.
Voi, cosa ne pensate?