“Poi, poi quel giorno adottiamo pure una tattica che oggi, ricco degl’insegnamenti d’un amico carpigiano, definirei La Tecnica Del Ciàpa E Mòla. (Quando ho appreso del ciàpa e mòla ero con Marco, e la sua morosa Cate, e altre genti, simpatiche ma di cui non ricordo il nome, c’era pure un chitarrista che suonava i lìssi con la faccia imperturbabile, sulle rive d’un laghetto di pesca sportiva).
Il ciàpa e mòla lo fai con le carpe, le carpe di Carpi ma pure quelle di Vitorchiano o di Barbarano Romano, per dire, ch’è poi nel viterbese, anche se non si chiama Barbarano Viterbese: il ciàpa e mòla consiste nel fatto che lo catturi, il pesciolotto, aggraziandotelo o cogliendolo di sorpresa, certo; ma poi, dopo avergli strappato il labbro per bene, dopo averlo fatto divincolare fuori dall’acqua, lontano dal suo campanile di ninfee, da moglie pesce, dai figli pesci, dopo avergli regalato quei minuti interminabili di spaesamento spossante (ma forse son solo secondi, le carpe come i pesci rossi dopo tre secondi han già dimenticato tutto, e iniziato una vita nuova), lo rilasci, torni a donargli la sua quotidianità di stagno, che deve sembrargli già un bel po’ diversa, la sua esistenza di pesce, di lì in poi, anche se magari non se lo ricorda più, com’era prima, chi lo sa.”