Io oggi sono triste.
Sono triste perché ci sono cose che attendi con ansia, con trepidazione e anche con un po’ di timore.
Come quando la persona di cui sei innamorato vive lontano e avete programmato di vedervi e ci si mandano sms, magari qualche mail. E un po’ si ripensa all’ultima volta che si è stati insieme e un po’ ci si domanda se qualcosa nel frattempo sarà cambiato: e se sarà peggio, oppure meglio. E si programma tutto per bene, pensando e ripensando a dove andrete, cosa farete. Immaginando gli sguardi, i sorrisi, gli abbracci. E poi quando sei così nervoso che ti sembra di impazzire, ti dici che alla fine non importa cosa si fa, tanto sono le persone a rendere speciali gli incontri. E non vedi l’ora.
E poi il giorno arriva e magari fai anche un po’ tardi perché ti è venuto in mente all’ultimo che potresti preparare un piccolo regalo, e fai le tre del mattino a scrivere bigliettini d’amore invece di lavorare e non vedi l’ora di mettere ogni libro che hai scelto con cura nelle mani che lo riceveranno e di vedere la sorpresa nello sguardo.
Ed è tutto bellissimo e diverso dalle altre volte, ma per questo speciale, unico. E c’è un sole pazzesco che bacia le guance e i colori, e ci sono bicchieri di vino rovesciati per il nervosismo, e ci sono le parole che sgorgano a fiumi e la felicità che ti metteresti a saltellare in giro (e lo fai, e rovesci ancora bottiglie di olio e di aceto).
Ci sono i giri in macchina. Fare da guida nella mia città, facendo vedere monumenti e case e quartieri e locali. E le passeggiate a braccetto, i sorrisi aperti e stampare baci sulle barbe e sulle guance fredde. Visitare Brera. Farsi commuovere ancora (sempre) dagli stessi visi fissati dalle mani di artisti, che sono anche i visi di chi ti sta intorno. Parlare di assonometria, parlare di pavoni, parlare di passione e violenza sulla tela. Parlare tanto, ma anche stare zitti, senza bisogno di altro.
Ci sono i navigli. Passare davanti al negozio di dischi in vinile, passare accanto al Libraccio. Fermarsi a bere qualcosa. Un vero aperitivo milanese, che si beve un bicchiere di vino, si mangia qualcosa e ci si conosce ancora un pezzetto in più ogni volta.
E poi c’è la cena. E sentirsi esattamente dove si vuol essere, non un passo più in là. (Ci sono io che giro come una trottola, rubando le sedie di volta in volta vuote, come a voler occupare tutto lo spazio che c’è, perché vorrei che tutti fossero una persona sola da poter guardare negli occhi e abbracciare per tutto il tempo, e invece siete tanti, troppi, e io non riesco nemmeno a parlare con tutti e scioccamente penso che vi rivedrò al brunch, e invece non ci sarete e mi rimarrà la malinconia di aver perso l’unico momento. E ci sono due tumbleri che arrivano a cena conclusa e che mi promettono una birra insieme, invece non li ho visti più… dove siete?).
Ci sono i like, i reblog, i Follow (“ma io ti sfollo!” “non puoi! prima mi devi follare…” “allora ti liko!”) appiccicati su braccia, schiene, colletti, scollature. Ci sono camerieri abituati a tutto che servono disonvolti risotti e gnocchi (“che siano beneauguranti, tutti sti gnocchi?” “speriamo!!”).
Ci sono ancora io che faccio la contabile (l’avrei dovuto capire anni fa, che non era il mio mestiere), che giro con la mazzetta in tasca e mendico un euro per coprire gli ammanchi.
C’è stata una passeggiata così lunga che sembrava una via crucis. Fermarsi mille volte (se fosse una passeggiata con un amante sarebbe ogni sosta un bacio, invece è stata ogni sosta un abbraccio, a seconda di chi mi capitava sotto tiro). Ho visto gente che spariva nei locali, gente che non sapeva dove andare, gente che fumava mille sigarette ad ogni passo, gente che alla fine giungeva in un pub e ordinava cocktail a casaccio. Ho visto gente sfinita arrendersi poco alla volta.
C’è un rientro a casa con altre tre tumblere, preparare i lettini, come se fossero le mie bimbe dolci da mettere a nanna. Un bacino della buonanotte e dormono già.
C’è un messaggio delle cinque del mattino in cui un tumblero mi chiede a che ora deve andare a dormire. Mi dimentico di rispondere. Non andrà a dormire affatto.
C’è un brunch in un posto bellissimo, dove si mangia di tutto (“Ire, c’è l’isola dei primi, l’isola dei secondi, l’isola dei contorni, l’isola del pesce e l’isola dei dolci” “Ammazza, praticamente un arcipelago alimentare!!”) e dove ci si saluta, poco alla volta, mano a mano che partono i treni e le macchine e infine gli aerei.
C’è uno stillicidio di saluti, con gli ultimi irriducibili, che sventolano fazzoletti in Stazione Centrale e poi si separano in metropolitana, ciascuno ancora non pronto a tornare alla propria casa e alla propria vita, ma con in tasca molti ricordi, fatti di parole, visi, sorrisi e sguardi.
E finisce che torni a casa e ti ritrovi sul tuo divano. E sei da solo. E ti chiedi come si può stare così bene e poi così male nello spazio di poche ore. E ti chiedi quanto dovrà passare prima di sentirti di nuovo così. Che ti manca già da morire, tutto questo.
E allora ti metti a guardare le foto, e spulci ogni angolo che testimoni quei momenti e li vorresti fermare e fissare per farli restare qui e non sfuggire via, ché già li senti lontani e andati.
Però tra un momento di malinconia e un sorriso quando leggi una frase o vedi una smorfia, una linguaccia o un disegno, penso anche che in fondo siete tutti lì e io vi posso ancora sentire vicini leggendovi e guardandovi. E poi, tanto, ci rivedremo al prossimo Meetup, vero?
vi ho salutato tutti...sembrato di vedere...dispiacere...
Il grassetto è mio,...anch’io sto spulciando tra...c’era per...
I due tumbleri c’erano per...diviso, siamo finito...venire...